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La bioetica chimica
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UN’INTRODUZIONE ALLA BIOETICA CHIMICA

La medicina di base è stata finora un’area piuttosto trascurata dalla bioetica, e persino da quella sezione della bioetica specificamente impegnata nell’affrontare, analizzare e se possibile risolvere problemi di tipo clinico, attinenti cioè strettamente alla relazione terapeutica.

La bioetica del quotidiano meriterà dunque nei prossimi anni un’attenzione più sistematica ed una riflessione più rigorosa; c’è la necessità di approfondire nel modo più sistematico possibile i problemi etici connessi con l’evoluzione biomedica contemporanea, esaminando quali ricadute abbiano sull’uomo le potenzialità manipolative che il progresso tecnologico e scientifico ha reso disponibili. L’artificio, per dirla in breve, rende possibile, ciò che in altri tempi non era neppure pensabile, ma il nuovo non può essere condannato in quanto tale; piuttosto esso va inscritto in una valutazione antropologica più radicale, che conferisca senso a quanto, in quelle novità, vi è di positivo.

La bioetica riceve dunque una connotazione adeguata dall’intersecarsi di una serie di caratteri. 

  1. Vi sono innanzi tutto nuovi problemi rispetto alla tradizionale etica biomedica: l’etica ambientale o ecologia, i diritti degli animali, le inquietanti possibilità di controllare l’inizio e la fine della vita umana. Attraversa tutti questi capitoli della bioetica la coscienza che, per la maggior efficacia della strumentazione tecnologica, la singola decisione etico-politica avrà ripercussioni di vasta portata sull’umanità, considerata individualmente e universalmente, nel presente e nelle generazioni future.

Nuovi problemi ci sono indubitabilmente anche nella medicina di base: oggi disponiamo di farmaci estremamente potenti, capaci di influire sulla psicologia dei malati, di dilatare o contrarre o modificare qualitativamente le fasi terminali di una malattia, di consentire l’esaudimento di "desideri" estremamente soggettivi.

Dunque anche la pratica ambulatoriale viene sollecitata a ridefinire una criteriologia morale coerente per affrontare tali novità: non tutto ciò che è tecnicamente fattibile è anche eticamente lecito, o, per dirla in altri termini, non ogni successo tecnico-riparativo corrisponde ad un maggior benessere del malato.

2. C’è poi l’esigenza di una maggior autonomia e apertura argomentativa e cioè non solo di riflessioni aggiornate, specifiche, puntuali, ma anche di una fondazione più rigorosa e coerente dei singoli enunciati, di un metodo razionale capace di distinguersi sia dall’esteriore ossequio alla codificazione deontologica, sia dalla legalistica, minimalista obbedienza alla norma positiva. Anche questo profilo coinvolge i medici di base che, come tutti i medici, concorrono a definire, approvare, aggiornare, interpretare e applicare il Codice deontologico, portando la ricchezza della propria specificità professionale.

  1. Non sembra evitabile inoltre uno stile interdisciplinare, che veda coinvolti ad un tempo filosofi, teologi, scienziati umanisti, scienziati naturalisti, giuristi, rappresentanti dell’opinione pubblica. Tutti sappiamo quanto la scienza, ad esempio, provochi e in un certo senso purifichi la stessa riflessione etica, problematizzando concetti e punti di vista che sembravano scontati e obbligando a ripensare principi e concetti teorici, a partire appunto dalla provocazione dei nuovi dati scientifici.
  2. Anche questa necessità di integrazione disciplinare nell’affrontare temi di etica non può essere più misconosciuta da chi opera sul territorio.

  3. Infine il contesto pluralistico e secolarizzato in cui viviamo ci obbliga a rispettare per quanto possibile i molti valori e le molte fedi in cui gli uomini credono. La sfida è appunto quella di trovare la massima comune convergenza etica, per offrire efficaci criteri legislativi o più generalmente normativi per società pluralistiche come la nostra. Il problema più grande probabilmente per la medicina di base è quello del consenso informato all'atto medico, cioè della necessità di coinvolgere la soggettività del malato nella comprensione, valutazione e condivisione delle prospettive terapeutiche proposte.

E' terminato ormai il "paternalismo"medico, cioè l'atteggiamento in base al quale il medico si sentiva in grado di conoscere e rappresentare il bene del malato, senza informare quest'ultimo e senza suscitare un consapevole esercizio del suo diritto a decidere.

Dunque la bioetica interroga anche l'agire del medico di base, che, nel giustificare razionalmente la propria condotta, cioè il proprio giudizio e la propria decisione morale non può introdursi in una riflessione critica circa il senso del proprio agire.

Ma cosa significa ragionare in etica medica? Cosa si attende dall'operatore quando si auspica da lui una maggiore consapevolezza circa gli aspetti etici della sua condotta professionale?

Ci si attende innanzi tutto che vengano recepiti gli elementi della situazione moralmente problematici, cioè i momenti in cui vengono a conflitto valori o doveri fondamentali.

Scorgere che c'è un problema significa rappresentarlo mentalmente, comunicarlo, toglierlo cioè dall'ovvietà del buon senso e dagli automatismi della routine definendone così la portata "universale".

Il problema morale di un medico è sempre, infatti, problema di tutti i medici e, in senso più lato, problema di tutti gli uomini.

Soppesare i pro e i contro della soluzione morale, che si pensa di proporre come via d'uscita dal dilemma di partenza, implica inoltre impegnarsi a raccogliere ciò che, della situazione originaria, diverse discipline colgono.

Raccolti questi dati, occorre esprimere gli argomenti a favore di un'ipotetica soluzione e confessarne con onestà i limiti, le ambiguità. La stessa cosa si deve fare nei confronti di soluzioni alternative alla propria.

Solo a questo punto un giudizio morale può dirsi adeguatamente motivato.

 

 

 

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