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La Rivoluzione verde
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La rivoluzione verde

 I tentativi operati dai selezionatori vegetali degli Stati Uniti e del Giappone per produrre varietà semi-nane di frumento e riso ad alta resa portarono alla creazione di due istituti di ricerca principali: l’IRRI a los Banos e in CIMMYT vicino a Città del Messico. La loro fondazione e finanziamento risultarono dalla cooperazione e dalla consulenza di donatori internazionali. Il successo della Rivoluzione Verde e la richiesta di ulteriori ricerche su piante alimentari tropicali e subtropicali portò alla fondazione di altri istituti di ricerca in paesi diversi del Terzo Mondo. Successivamente altri istituti di ricerca vennero sponsorizzati dal Gruppo Consulente sulla Ricerca Agricola Internazionale. Questo gruppo coordina attualmente la ricerca di tutti questi istituti di ricerca internazionali. Ogni istituto è responsabile per una determinata coltura. Questi istituti hanno un triplice mandato: migliorare le colture a loro assegnate, studiare dei sistemi agricoli per queste colture e creare delle banche genetiche in cui conservare le razze territoriali delle colture oggetto di studio.

All’inizio gli studi si sono basati sui metodi che ottennero successo con le varietà di frumento e di riso ad alta resa ottenute negli anni 60 e 70. Si concentrarono cioè sulla monocoltura e sul miglioramento della produzione delle colture, tramite un pacchetto di varietà migliorate e di tecnologie associate per modificare l’ambiente. Più recentemente l’attenzione è cambiata, mostrando un maggior interesse per una maggiore integrazione dell’agricoltura con l’ambiente naturale.

Gli istituti di ricerca producono le necessarie innovazioni e le offrono come pacchetti a vari servizi di distribuzione nazionali e regionali o ad autorità per lo sviluppo. La messa a punto di questi pacchetti sulle condizioni locali e la risoluzione di problemi sociali e politici che risultano dall’utilizzo di nuove tecnologie sono di responsabilità delle agenzie interessate o dei governi dei paesi in questione. Questo approccio ha funzionato relativamente bene in alcuni paesi o zone e meno bene in altre.

La Rivoluzione Verde ha fatto molto di più che aumentare la produzione alimentare generale, ha causato anche la rapida scomparsa delle razze territoriali e dei sistemi agricoli indigeni che avrebbero potuto contribuire molto alla ricerca agricola.

Man mano che nell’ultima metà di questo secolo la selezione vegetale produceva ceppi "miracolosi" gli agricoltori venivano spinti a passare dai loro ceppi geneticamente differenti che utilizzavano, alle nuove varietà ad alta resa. Inoltre, come l’agricoltura si espanse in aree prima non coltivate gli agricoltori spazzarono via i genitori selvatici che crescevano in territori marginali intorno alle fattorie e che spesso si incrociavano con le colture. La perdita di queste piante è potenzialmente disastrosa poiché le razze territoriali e i parenti selvatici posseggono dei geni validi che saranno necessari per i futuri miglioramenti vegetali.

Le razze territoriali sono delle varietà sviluppate dagli agricoltori locali, utilizzando processi di selezione informali nel periodo in cui ogni agricoltore teneva una parte dei semi raccolti per poterli poi ripiantare. Ogni razza territoriale era adattata al tipo di suolo e al microclima ed era più o meno resistente agli organismi infestanti e patogeni che prosperavano in quei particolari luoghi. Nei riguardi delle malattie, la popolazione generale intera poteva non essere resistente ad un particolare organismo patogeno, ma probabilmente comprendeva individui che possedevano i geni per la resistenza.

Le razze territoriali presentano una base genetica molto larga, esse sono fortemente eterozigote. Le piante coltivate prodotte per selezione sono più omozigote, la variabilità è un carattere non desiderato.

I selezionatori, per selezionare la resistenza nei riguardi del carbone fogliare del mais e di tutte le altre malattie vegetali e per selezionare piante che siano più adatte a particolari condizioni ambientali, hanno bisogno di accedere all’intero germoplasma delle specie. Questo comprende le varietà coltivate, le cultivar e razze territoriali primitive, e i parentali selvatici o infestanti. Così i geni devono essere preservati. Esistono due approcci principali per la conservazione delle risorse genetiche vegetali:

Nelle raccolte i ceppi delle piante coltivate sono di solito abbondanti poiché gli agricoltori sono incoraggiati dagli addetti all’estensione agricola a mandare i nuovi semi alla banca. Infatti, un discreto numero di "libri" nella "biblioteca" genetica possono essere duplicati, ad ogni varietà viene dato un numero di identificazione specifico.

Per la maggior parte delle colture più importanti la parte vegetale che viene accumulata in una banca del gene è il seme. Quando una coltura non produce semi o si riproduce vegetativamente vengono conservati delle talee o delle cellule in coltura di tessuto. La propagazione clonale di cellule in coltura di tessuti conservate è la metodica mediante la quale vengono accumulate le risorse genetiche forestali.

Quando arriva un pacco di semi nel laboratorio i semi vengono prima forniti di una scheda di identità computerizzata e quindi si valuta la germinazione e la quantità di umidità. Essi vengono quindi immagazzinati. Poiché i semi non rimangono vitali indefinitamente a temperatura ambiente, essi vengono immagazzinati al freddo. Prima di tutto i semi vengono disidratati ad un contenuto del 6% di umidità in una camera dei due seguenti modi:

Al momento attuale sono in corso ricerche per determinare se esistano altri materiali vegetali, che possano essere immagazzinati utilizzando il secondo metodo. Un Data Base computerizzato, la Genetic Resources Information Network, collega i computer di numerose banche del gene di tutto il mondo.

In questi ultimi anni si è creata una controversia sulla proprietà delle risorse genetiche e sulla necessità di una compensazione adeguata per l’utilizzo di risorse genetiche di una nazione da parte di un’altra. La FAO ha dichiarato che le risorse genetiche sono il patrimonio comune e divisibile di tutta l’umanità. Secondo questo principio non esistono reali differenze fra le razze territoriali sviluppate dai contadini e gli ibridi sviluppati dai selezionatori. Nel mondo sviluppato alcune industrie selezionano, generano e vendono semi agli agricoltori. Tali industrie ritengono che le nuove varietà colturali dovrebbero essere brevettate, proprio come i processi industriali, e non dovrebbero essere liberamente accessibili a chiunque.

I paesi del Terzo Mondo in genere concordano sull’idea che tutte le linee selezionate dovrebbero essere liberamente disponibili. I paesi sviluppati pongono delle obiezioni in quanto vorrebbero brevettare e vendere gli stock genetici. Le risorse genetiche delle piante coltivate non sono necessariamente dei doni della natura, ma in alcuni casi sono state sviluppate con migliaia di anni di sacrifici umani. Esse presentano anche un potenziale per lo sviluppo di nuovi prodotti tramite la biotecnologia. Alla conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente svolta a Rio de Janeiro nel 1992 è stato fatto un tentativo per risolvere alcuni di questi problemi proponendo un trattato sulla biodiversità che asserisce che al paese di origine dovrebbe essere contribuito un compenso non solo per le stesse risorse genetiche, ma anche per i prodotti da esse ottenuti.

L’adozione di ceppi della Rivoluzione Verde e di tecnologie ha avuto certamente degli effetti positivi sulla produzione alimentare. Ma in alcuni casi questi benefici sono stati ottenuti alle spese di strutture sociali che si sono evolute per un periodo esteso di tempo. L’impatto più grande si è avuto in un netto aumento della mancanza di proprietà terriera. I proprietari terrieri che avevano mezzadri che vivevano sulle loro terre spesso sfrattavano queste persone e cominciarono con il condurre personalmente le fattorie, poiché il denaro era ora disponibile per utilizzare i ceppi e le tecnologie da profitto.

Il risultato fu una grande riduzione di impiego agricolo. I poveri divennero ancora più poveri. La malnutrizione infantile aumentò.

 

La distruzione dei sistemi sociali: forse il più grande effetto della Rivoluzione Verde è stato l’aumento dell’emarginazione delle donne. Il punto importante non è che le donne lavorino di più nella produzione rispetto agli uomini, ma che esse abbiano una maggior responsabilità nel mantenere il sistema agro-ecologico. Esse mantengono la fertilità dei suoli con concimi vegetali e animali, selezionano i semi da piantare, estirpano le erbacce e conoscono profondamente i vari aspetti del loro sistema agricolo.

La Rivoluzione Verde ha diviso la produzione alimentare in due settori: un settore chiaramente visibile, pianificato centralmente e finanziato dallo stato in cui vengono prodotte le colture per i mercati e i profitti; un settore decentralizzato meno visibile, di solito condotto su terre più marginali vicine alle case, che produce alimenti per un consumo locale.

Il primo settore spetta prevalentemente agli uomini, mentre il secondo settore è attualmente quasi esclusivamente di competenza delle donne.

Oltre agli impatti biologici e sociali la Rivoluzione Verde ha avuto delle ripercussioni sui mercati locali e internazionali per quanto riguarda gli alimenti per gli uomini e gli animali, ha anche permesso l’introduzione di varietà ad alta resa di frumento e di riso.

 

 

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