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L'eutanasia
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Il concetto di morte

L'articolo 1 della legge del 29/12/93 n°578 recita: "La morte si identifica con la cessazione di tutte le funzioni dell'encefalo ".Si riconosce dunque al cervello il ruolo di organo primario per la definizione di vita o morte dell'organismo.E' però indispensabile, alla luce di questi fatti, chiarire il concetto di morte celebrale e la definizione biologica della vita umana.

Per molti secoli si è considerato deceduto un individuo in cui fossero cessati battito cardiaco e respirazione.Con l'affermarsi delle tecniche di rianimazione e respirazione assistita si è potuta mantenere l'ossigenazione sanguigna del cuore e perciò l'attività cardiocircolatoria atta a far funzionare i vari organi in soggetti già colpiti dalla totale distruzione del cervello e quindi sicuramente morti o in stato di coma depassè (per cui si intende la perdita irreversibile delle funzioni celebrali). E' stato dunque necessario approfondire gli studi sui confini tra vita e morte. La vita umana è oggi riferita all'organismo nel suo complesso, infatti, singoli organi o cellule isolate possono funzionare separatamente in mezzi artificiali e disgiunti dall'originale coordinamento. Solo l'organismo che riunisce nel suo complesso varie strutture nel contesto di una pianificazione legata a fattori genetici e a condizionamenti ambientali, può essere riconosciuto come il substrato biologico della vita umana. Si identifica dunque il cervello come l'organo che consente l'unità funzionale dell'essere umano mediante un sistema di regolazione neuro-endocrino-metabolica e che comprende, per le attività di relazione, anche quelle funzioni psichiche che caratterizzano la sua unicità non solo nei confronti di altre specie, ma anche dell'individualità personale.

 

L'eutanasia

A questo proposito è ormai principale oggetto della riflessione bioetica il contesto altamente tecnologizzato dell'odierno sistema delle cure. Si deve infatti riconoscere che l'innegabile progresso delle tecniche terapeutiche e dei presidi tecnologici per la difesa e il sostentamento anche artificiale della vita sono suscettibili di creare situazioni moralmente dilemmatiche. Il novero delle possibilità tecniche si è notevolmente ampliato: gli interventi di rianimazione consentono di salvare vite che avremmo considerato perdute, l'uso del respiratore artificiale o della dialisi permette di vicariare funzioni vitali di somma importanza, le tecniche nasogastriche e gastrostomiche consentono di tenere in vita, attraverso l'idratazione e alimentazione artificiali, pazienti in coma o addirittura in stato vegetativo persistente.

A fronte di questo ampliamento delle possibilità tecniche è naturale porsi la domanda su quali e quante cure fornire al singolo paziente nella singola situazione.

La reazione istintiva, connaturale alla professione medica, è quella di intraprendere per il bene del paziente tutto quanto si può fare, ma questa deve cedere ad una ponderata riflessione su che cosa sia bene fare .Il cosiddetto accanimento terapeutico può essere considerato la risposta deresponsabilizzante caratteristica del medico del medico che si rifiuta di adempiere a questo difficile compito.

Questo atteggiamento tende a moltiplicare gli sforzi terapeutici, non rinunciando eventualmente ad un uso sproporzionato di macchinari molto sofisticati ; rifiutando di accettare la prospettiva dell'inguaribilità , dimentica di proporzionare i benefici sperati dal trattamento con gli oneri che ne conseguono, perdendo così di vista il benessere complessivo della persona.

Il timore dell'accanimento terapeutico è uno dei motivi in forza dei quali si invoca il diritto ad una morte degna, la richiesta cioè di essere lasciati morire in pace , senza essere sottoposti a trattamenti sproporzionati , poiché privi di qualsiasi efficacia reale e utili solo ad allungare il processo del morire ,anziché custodire un'effettiva possibilità di recupero. Tale rifiuto dell'accanimento terapeutico non è in alcun modo identificabile con l'eutanasia .

La rivendicazione di un "diritto di morire" affonda le sue radici nell'assolutizzazione del principio di autonomia come unico fondamento del valore morale. Si dice cioè: la vita è un bene disponibile la cui titolarità non può che essere riservata in esclusiva a chi è soggetto di tale vita. Poiché sono moralmente valide tutte e sole quelle scelte che danno libera espressione alle preferenze di un soggetto in possesso delle proprie capacità mentali, la società (e la medicina che ne è un sottosistema organico) deve garantire a ciascuno la possibilità di porre in atto quel gesto di totale autodeterminazione che è il rinunciare ad una vita che non si ritenga più degna di essere vissuta : laddove sia possibile ciò viene garantito dal cosiddetto suicidio assistito ancor meglio che dall'eutanasia praticata dal medico.

Questa enfatizzazione del principio di autonomia costituisce una potente spinta alla liberalizzazione dell'eutanasia. Ci si deve chiedere tuttavia se sia auspicabile che una valutazione di tale portata sia operata in solitudine da chi è coinvolto in prima persona nell'esperienza del dolore e della malattia e certo non è in grado di assumere un atteggiamento imparziale. In questo caso la soluzione eutanasica sembra quasi costituire un alibi per non affrontare il grave problema di fornire al morente un'assistenza adeguata e umanamente qualificata, e soprattutto per non fare i conti con le realtà profondamente umane della sofferenza e della morte.

Timore di essere sottoposti a trattamenti "disumani", affermazione del diritto ad una morte non medicalizzata, anche a costo di procurarla attivamente; enfatizzazione dell'autodeterminazione del singolo nei confronti della vita intesa come un possesso tra gli altri ; rimozione della sofferenza e della morte; concezione attivistica della vita e svalutazione delle altre forma del vivere : queste sembrano essere le principali motivazioni che stanno alla base dell’odierno mutamento di atteggiamento nei confronti della cosiddetta "uccisione pietosa".

Con il termine eutanasia si intende dunque la soppressione deliberata di un paziente consenziente a motivo di una "pietà" ispirata ad uno dei criteri prima menzionati.

L’atto eutanasico si situa principalmente a livello delle intenzioni: è un atto di ricerca positiva della morte come unica soluzione praticabile in una situazione di sofferenza.

Eutanasia significa letteralmente "buona" (eu) "morte" (thànàtos), non si tratta della "buona morte" che sopraggiunge in modo naturale, senza arrecare dolore e sofferenza; eutanasia si riferisce ad una specie di "anticipazione" della morte per evitare ai malati incurabili (cosiddetti terminali) i tormenti delle sofferenze.

La pratica dell’eutanasia va distinta dal punto di vista logico dall’omicidio, in quanto manca della malvagità e della violenza che al contrario, accompagnano di solito l’omicidio comune.

L’eutanasia deve essere intesa come una pratica che in linea di principio viene a collocarsi nell’ambito di una decisione di carattere medico-sanitario nei confronti dei pazienti terminali in condizioni di grave sofferenza.

È consuetudine distinguere varie forme e gradi di eutanasia; alcune di esse sono ritenute lecite (in realtà non si tratta neppure di eutanasia) in quanto si configurano non come atto diretto a causare la morte del paziente, ma come un "lasciar morire".si distinguono cinque forme di anticipazione della morte dei malati terminali:

  1. non inizio o interruzione di trattamenti di sostegno vitale
  2. interruzione di trattamenti ordinari
  3. uso di terapie del dolore
  4. assistenza al suicidio
  5. azioni mirate a causare direttamente la morte del paziente

Le prime tre forme vengono considerate lecite, le ultime due invece, in quanto configurano un diretto coinvolgimento del personale sanitario, vengono in genere considerate illecite.

E’ preferibile riservare il termine eutanasia ai casi in cui la morte sia l’esito direttamente perseguito dall’azione del medico. Tale risultato potrà essere ottenuto attraverso modalità attive (somministrazione di sostanze tossiche) o omissive (sottrazione di terapie ancora utili ad un certo miglioramento delle condizioni complessive del paziente).

Il medico non deve cercare di salvaguardare qualsiasi vita a qualsiasi costo ma tutta la vita a cui è possibile dare un senso umano. Se è vero che accanimento terapeutico e eutanasia sono due estremi ugualmente inaccettabili è anche vero che esiste una via mediana che risiede nel criterio di proporzionalità delle cure.

Gli sforzi terapeutici devono essere costantemente proporzionati alle concrete possibilità di incidere positivamente sulla condizione complessiva del paziente e sulla sua qualità di vita: occorre dunque evitare di imporre al paziente trattamenti che risulterebbero eccessivamente pesanti, privandolo della possibilità di attendere ad altri valori e di prepararsi coscientemente e responsabilmente alla conclusione della propria esistenza.

Si può affermare che un trattamento è proporzionato se i benefici complessivi che esso consente ragionevolmente di sperare sono superiori agli oneri complessivi che esso impone.

La rinuncia a terapie che dovessero apparire "sproporzionate " non può essere in alcun modo equiparata ad una volontà suicida da parte del paziente, né omicida da parte di chi vi acconsente. Tale rinuncia esprima piuttosto il desiderio di non imporre oneri eccessivi, a sé e agli altri, a fronte della pochezza di benefici sperabili dal trattamento. Questa decisione non deve mai comportare da parte dei curanti, l’abbandono del paziente , ma deve piuttosto stimolare a un’adeguata assistenza palliativa capace di accompagnare il paziente ad una morte dignitosa e che può spingersi anche al punto di tollerare un certo abbreviamento della vita nella ricerca del lenimento del dolore.

La determinazione della proporzionalità delle cure in fase terminale dipende da un costante e non agevole bilanciamento dei molteplici fattori in gioco in cui un coinvolgimento primario e una competenza originaria devono essere riconosciuti alla soggettività del malato.

 

I criteri di accertamento della morte

La definizione della vita umana può fondarsi sulle funzioni che caratterizzano la persona attraverso le manifestazioni mentali quali: l’autocoscienza, l’intenzionalità, al libera volontà, le capacità inventive, la vita relazionale e sociale.

Tutte queste funzioni sono integrate dalla corteccia cerebrale e la loro abolizione è bene evidenziata in molti casi clinici quali anencefalia da idrocefalo e altre malformazioni congenite; sono situazioni in cui la persistenza del tronco cerebrale (bulbo, ponte, mesencefalo) consente, malgrado lo stato di incoscienza, movimenti spontanei e riflessi dei nervi cronici e di altri territori. Ciò si verifica ad esempio nel cosiddetto stato vegetativo persistente dove il danno neurologico è limitato alla corteccia è di natura acquisita e può non essere permanente e dare sopravvivenze lunghe mesi o anni fino ad arrivare a parziali riprese di una vita di relazione.

L’anencefalia (la mancanza di sviluppo dell’encefalo) per l’irreversibilità delle lesioni verticali ha invece indotto taluni ad ammettere un primo criterio di morte umana o sociale con proposta di liceità al prelievo di organi per trapianti.

Tale criterio va respinto poiché implica un giudizio di valore o qualità della vita non corrispondente alla dignità umana. Al sua accettazione infatti potrebbe fatalmente essere estesa ad altri pazienti colpiti da gravi danni cerebrali, ma non completi (come ad esempio pazienti terminali o con prognosi infauste).

Secondo queste tesi dunque la morte non consisterebbe nell’assenza di vita organizzata ma nella perdita di operazioni legate alla coscienza e nell’agire risiede l’elemento costitutivo della persona, l’autocoscienza.

E questa però un’ipotesi infondata perché anche se al persona si esprime attraverso la sua attività, non è vero che si identifica con essa. Un secondo criterio di morte si limita all’accertamento di un danno irreversibile del tronco encefalico considerando l’importanza di questa struttura oltre che per la funzioni vegetative anche per l’attivazione essendo un criterio prognostico anziché diagnostico di morte dal momento che talvolta i dati neurologici non coincidono con la morte dell’intero cervello ma l’anticipano sia pure a breve distanza di tempo. Il più inoppugnabile criterio di morte è dunque quello basato sulla distruzione irreversibile dell’intera massa encefalica (corteccia cerebrale e tronco encefalico) per gravi lesioni, causate sempre da ischemia (arresto di flusso sanguigno) e da anossia (assenza di ossigeno e quindi di riserve energetiche). Si tende ad accettare il valore di 15 minuti come tempo massimo di ischemia-anossia oltre il quale non si ha più ripresa della funzione cerebrale anche se il punto preciso oltre cui il danno è irreversibile è sconosciuto (per tempi di anossia compresi tra 5-10 minuti è invece molto frequente la comparsa di uno stato vegetativo).

Il termine morte cerebrale non è riferito alla morte di un solo organo. Il cervello, ma alla morte dell’organismo umano nella sua totalità, per cui il mantenimento artificiale (respiro e cuore battente) è solo finalizzato alla conservazione degli organi per il trapianto.

In tali situazioni cliniche, parlare di coma è errato in quanto il coma è un quadro morboso di persone ancora viventi.

Dopo gli accertamenti neurologici di morte (scomparsa di riflessi tronco encefalici, l’assenza di respirazione spontanea e di attività elettrica registrabile con l’elettroencefalogramma – lo stato controllato dura per 6 ore con osservazioni ripetute) se non sussistono condizioni richieste per il trapianto le procedure vengono sospese non essendo lecito prolungare terapie in un cadavere senza giustificate finalità.

Durante il periodo di 6 ore di osservazione previste dalle leggi oggi in vigore devono rimanere invariati tutti i parametri clinici e strumentali che hanno fatto porre la diagnosi di morte cerebrale, così da garantire l’irreversibilità del fenomeno.

Altro principio di rilevanza fondamentale è che il cadavere non venga semplicemente assimilato a "cosa disponibile" o di proprietà pubblica, ma la persona stessa resti titolare della decisione sul destino del proprio corpo:sebbene dunque si concordi nello sviluppare al massimo grado un costume diffuso di solidarietà in relazione ai trapianti, resta fermo che si debba trattare, per quanto possibile di donazione libera e spontanea.

In quest’ottica si sottolinea la necessità che venga espresso il consenso della persona alla donazione: laddove venga a mancare un’esplicita affermazione in tal senso, dovranno essere consultati i famigliari.

 

Questioni di bioetica

  Cristiani cattolici Cristiani protestanti Cristiani ortodossi Ebraismo Islamismo
TRAPIANTI SI

NO ghiandole sessuali

SI solidarietà

NO commercio

NO SI (riserve sul cuore) SI

NO ghiandole sessuali

EUTANASIA NO

NOaccanimento terapeutico

Dibattito in corso NO NO (sempre ossigeno e alimentazione) NO
 

 

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