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I |
Si ritiene verosimile l'introduzione del salmone comune negli anni tra il 1860 e il 1885, periodo in cui Filippo de Filippi fondava tra i due laghi il primo istituto ittiogenico d'Italia. L'evento probabilmente non si ripeté in epoche successive e ben testimonia il grado di qualità delle acque che in quei tempi annoveravano, tra la fauna autoctona anche la trota marmorata, scomparsa dai bacini alcuni decenni or sono a causa del riscaldamento delle acque, conseguente al prelievo irriguo. Regaldi (1867) riferisce che il 17 Luglio 1809 il desco di Papa Pio VII, di passaggio alla volta della Francia, prigioniero di Napoleone I, fu imbandito con 30 libbre di deliziose trote generosamente "donate" dal Lago Grande... La trota iridea è stata oggetto di ripetute immissioni nel Lago Piccolo e con minor frequenza anche nel Grande, ma non è mai stata documentata la sua produzione. La bondella è il coregonide più volte immesso nei laghi, dove però non si è mai riprodotto. I tentativi di introduzione nel Lago Grande furono effettuati da Gioacchino Allais tra il 1940 e il 1955. Tutti gli esemplari immessi però, pur raggiungendo buone taglie, non si riprodussero e la popolazione risultava totalmente estinta già nel 1962. È probabile che nella seconda metà del secolo scorso si fossero già verificati tentativi di immissione di questi pesci. Il commendator Cordova, allora ministro del Regno d'Italia, affidò all'ittiologo Filippo de Filippi l'incarico di introdurre il coregone in Piemonte, operazione che si svolse nei vari laghi nel 1861. La sua introduzione pare sia avvenuta verso la fine degli anni '60 nel Lago Piccolo, da dove è successivamente migrato nel Grande. E' raramente visibile, la sua presenza è segnata da una rapida e disordinata fuga dei branchi ciprinidi, sue prede abituali. Le sue zone abituali sono le sponde ricche di vegetazioni sommerse meglio se con abbondante presenza di canneti. Queste caratteristiche che si ritrovano lungo le rive settentrionali del lago Piccolo, mentre nel Grande, luoghi idonei dove sono localizzati nelle sponde a Nord e a Ovest. La pesca del luccio è spesso praticata utilizzando esche vive (carassi o scardone), oggi però esistono ottime insidie artificiali munite di palette rotanti o riproducenti piccoli pesci (minnows) che consentono di pescare lucci evitando inutili torture alle esche. Tredici specie, delle quindici esistenti in Piemonte hanno fatto parte dell'ittofauna aviglianese, ma quattro di queste non si trovano più nelle acque dei laghi: barbo comune, gobione, sanguinerola e vairone; il triotto è ormai diventato raro e la savetta e la lasca, introdotte recentemente non sembrano riprodursi e sono quindi destinate ad una rapida scomparsa. Il barbo comune e la sanguinerola comparivano accidentalmente in bacini mentre era regolare la loro presenza lungo il tratto del canale Naviglia, prossimo alla confluenza con la Dora Riparia. La permanenza dei barbi nel canale si limitava ad una decina di giorni, mentre le sanguinerole ed i varioni frequentavano il canale durante tutto il periodo primaverile. La presenza del barbo nei laghi è dimostrata dall'affermazione del Festa (1892) che asserisce di aver esaminato esemplari provenienti dai laghi di Avigliana. La scomparsa del barbo è coincisa con la forte espansione industriale della meta degli anni '50 e in particolare, con l'inizio degli scarichi dei lavaggi di recipienti per le vernici. È probabile che anche il gobione frequentasse il canale Naviglia e i fossati dei Mareschi, pur prediligendo le acque correnti, limpide ed a fondo ghiaioso o sassoso. Comune ad entrambi i laghi era l'alborella la cui presenza è confermata dal Festa. Quando sui laghi si praticava la pesca professionale l'alborella si catturava con i bertavelli. L'unica limitazione alla pesca di questo ciprinide, prevede il divieto d'uso delle reti nel periodo compreso tra il 15 maggio e il 15 giugno. La carpa è presente nei laghi di Avigliana da lungo tempo. La carpicoltura era sicuramente praticata nelle risaie cinesi dal V secolo A.C., è quindi un'attività antichissima. In Italia la specie fu introdotta fin dall'epoca romana ed è documentata l'espansione dell'allevamento durante il monachesimo medievale. Nei laghi di Avigliana si trovano due forme di carpa: quella "nostrana" detta anche "regin" e quella denominata "a specchi", frutto di selezioni in allevamento. Nel 1603 il Morigia parla di dimensioni "leggendarie" raggiunte dalla carpa. È molto probabile che la carpa fosse uno dei pesci allevati nei "vivaria" aviglianesi del '300. Il cavedano è presente nei laghi e lungo il canale Naviglia. Nel secolo scorso Vialardi lo definiva: "...ordinario, molto scaglioso, pieno d'areste con carne bianca e floscia...". Nonostante il suo scarso pregio economico il cavedano costituiva una preda frequente per i pescatori. La savetta, presente solo nel Lago Grande per un certo periodo all'inizio degli anni '60, scomparve per motivi non ancora chiari. La reintroduzione avvenne nel periodo compreso tra il 1965 e il 1970 ad opera di Giancarlo Vinassa, con soggetti prelevati nel fiume Bormida. Probabilmente però non si riproduce. La scardola è presente in entrambi i laghi. Ne riferisce la presenza Festa nel 1893. Le popolazioni di scardola hanno subito notevoli fluttuazioni numeriche nel corso degli anni. Poco rappresentata ad inizio secolo il suo numero crebbe sino agli anni '50 quando una malattia, non identificata ne causò la decimazione. Seguì una rapida ripresa della specie, che, nell'ultimo decennio, sembra nuovamente in diminuzione. La tinca era un tempo presente in entrambi i laghi, oggi è rara nei laghi di Avigliana, soprattutto a causa dell'abbassamento del livello dell'acqua, che ne compromette la riproduzione. In passato furono attribuite alla tinca particolari proprietà terapeutiche: Baldassarre Pisanelli nel '500 riferiva che questi pesci, sezionati longitudinalmente ed applicati alle piante dei piedi manifestano poteri febbrifughi, mentre utilizzandone tre in successione, legati vivi sopra l'ombelico del malato, costituivano un'efficace cura dell'itterizia. Nel secolo scorso il Lago Piccolo doveva ospitare un'abbondante popolazione di tinche, come si evince dal contratto stipulato fra la società della pescicoltura dei laghi di Avigliana e Michele Allais per l'affitto delle "...rive del lago superiore per la semplice pesca ... con Bertavelli e Bertocci alla distanza non maggiore di metri quattro dalla terra." Infatti, nella scrittura, datata 1860, non si accenna quasi alle altre specie ittiche, mentre due articoli riguardano le tinche:...4)"tutte le tinche che pescasse al di sotto di grammi 92 dovrà di nuovo gettarle nel lago "..5)" sarà tenuto l'affittavolo di rimettere alla casa dei pescatori le tinche che prenderà al prezzo di lire una e centesimi ottanta cadun chilo". Oggi la tinca è rara nei laghi, soprattutto a causa dell'abbassamento del livello dell'acqua, che ne compromette la riproduzione. La pesca professionale della tinca avveniva con i Bertoc. Un tempo comunissimo, specialmente nei canalicoli della palude dei Mareschi, a questo pesce (denominato Strasasac, cioè stracciasacchi) veniva attribuita la capacità di lacerare reti e sacchi con le spine bifide presenti sotto gli occhi. La sua presenza è testimoniata dal Festa, che ricorda quali sistemi di cattura, il prosciugamento dei fossi o l'uso dello sfrone, una specie di guada localmente detta trüvia. Oggi l'inquinamento è l'alterazione del regime idrico ne hanno fortemente ridotto la consistenza numerica. Alterazioni ambientali hanno determinata la scomparsa dello scazzone e del ghiozzo, un tempo presente nei laghi, come documentato dal Festa. Introdotto in Italia nel 1906, è divenuto un fattore di disturbo per la restante ittofauna tant'è che già nel 1831 un regio decreto ne proibiva l'introduzione, il commercio ed il trasporto di esemplari vivi. Misure dimostratesi però insufficienti a contenere l'espansione della specie. Nel Lago Piccolo l'introduzione risale, con ogni probabilità, alla fine degli anni '50 è avvenuto verosimilmente in modo accidentale, poiché il pesce gatto si trova spesso frammisto alle carpe ed ad altri ciprinidi utilizzati per i ripopolamenti. Oggi, nonostante sia oggetto di un'attiva pesca è particolarmente abbondante. Nel Lago Grande il pesce gatto è invece meno comune. Nel 1994 il Parco Naturale di Avigliana si adopera per diffondere, fra i pescatori una cultura volta al massimo contenimento possibile di questa specie. Gli antichi ben conoscevano questo pesce che, oltre ad essere un cibo particolarmente delicato era circondato dal mistero della sua riproduzione. Tra le varie ipotesi si ritenne che l'anguilla potesse generarsi spontaneamente o che fosse partorita da vermi autooriginatisi dal fango, oppure che procreasse unendosi ad una biscia d'acqua. Il mistero iniziò a dissiparsi solo nel 1777 quando l'italiano Mondini scoprì la presenza dell'ovulo nel corpo di alcuni esemplari. Da quel momento le conoscenze progredirono rapidamente e nel 1893 Grassi e Calandruccio ipotizzarono una migrazione autunnale talassodroma (cioè dai fiumi al mare) per la deposizione delle uova che doveva avvenire in profondità e presso le coste. Infine nel 1922 l'ittiologo danese Johannes Schmidt individuò nel mare dei Sargassi, tra le Bermuda e le Grandi Antille, la località in cui le anguille si riproducevano, a 400 m di profondità (sopra una fossa di 6000 m). La tecnica di pesca professionale dell'anguilla (la cui presenza in Avigliana è documentata dal Festa) prevedeva un largo utilizzo della filagna o lignola morta. Anche la pesca sportiva riprende queste tecniche. Il grave problema vissuto da queste specie negli ultimi decenni, ai sempre più numerosi sbarramenti eretti lungo il Po che ostacolano o impediscono la risalita delle cieche. Il contingente che raggiungeva l'aviglianese è andato perciò riducendosi e l'esistenza di questo pesce è ormai quasi esclusivamente legata ai ripopolamenti. Il persico è vecchio di 65 milioni di anni (alcuni fossili sono databili al cretaceo superiore). Plinio attribuisce proprietà medicinali a questo pesce: "Una sua vertebra costituirebbe un efficace amuleto per guarire la febbre terzana, mentre con la testa salata o incenerita e mescolata a sale, santoreggia e olio, si bloccherebbero addirittura i carcinomi...". La "triglia d'acqua dolce" come venne definito dal Bonforti, a detta del cuoco Vialardi ha carni bianche, nutrienti, gustose e digeribili da friggere, così come il fegato e le uova "...a grand'olio e butirro...". La pesca professionale al pesce persico avveniva con un tipo di sciabica (rete con sacca allungata), denominata appunto "persikea", oggi è una preda ambita da molti pescatori, che lo insidiano, dalla barca o dalla riva, con la tecnica del lavoro e del recupero, utilizzando come esca diversi lombrichi, oppure artificiali rotanti o flottanti. La sua presenza nei laghi è ancora numerosa. Si discute ancora molto sul problema dell'autonomia italiana del pesce persico. Secondo alcuni, esso sarebbe indigeno del settore Nord - Orientale padano, mentre altri ritengono che la specie, proveniente dall'Europa extra - mediterranea, sia stata introdotta in Lombardia, prima o durante il medioevo, da dove si sarebbe diffusa al resto della penisola nella seconda metà del secolo scorso. Il Festa non ne riporta la presenza nei laghi di Avigliana. Nella seconda metà degli anni '20 il "Consorzio per la tutela della pesca" lo introdusse nel Lago Piccolo, da cui sarebbe migrato nel Lago Grande, dove negli anni '30 risultava piuttosto numeroso. Introdotto nei laghi nella seconda metà degli anni '20 il persico sole si è adattato nei laghi di Avigliana e la popolazione conobbe un periodo di crescita numerica, cui corrispose il raggiungimento di taglie apprezzabili (soprattutto nel periodo bellico ...). Oggi i persici sole del lago piccolo sono meno longevi e più piccoli dei coetanei del Lago Grande. Le cause di queste differenze sembrano imputabili alle minori risorse alimentari. Il persico trota fu introdotto nel Lago Piccolo nel 1956 ad opera del gruppo sportivo F.I.A.T. La pesca viene praticata da riva o dalla barca utilizzando esche vive o artificiali. Nella prima metà degli anni '80 furono immesse nel Lago Grande e nella zona palustre dei Mareschi alcune centinaia di gambusie. Lo scopo che si prefiggeva l'ente parco era il contenimento della popolazione di zanzare (la gambusia si ciba di insetti e loro larve, in special modo di quelle di zanzara). L'introduzione non ha però avuto esito positivo, la gambusia non si è adattata alla zona lacustre e palustre aviglianese. |
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