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Una branca della fisica, la cosmologia, studia e
cerca di descrivere l’Universo, la sua origine, la sua struttura ed ipotizza
il destino cui andrà incontro.
Fin
dal lontano passato molti uomini si sono impegnati, in epoche e luoghi
differenti, a trovare un “modello” per il Cosmo, utilizzando gli strumenti
che avevano a disposizione o con una pura e semplice speculazione filosofica per
arrivare a delineare la struttura effettiva dell’Universo.
Tra
i popoli antichi adoratori degli astri spiccano gli Egiziani e gli Atzechi che
dedicarono alle loro divinità celesti dei templi che definire colossali è
quantomeno riduttivo; tralasciando le credenze mitologico-religiose, gli studi
più antichi d’astronomia, giunti fino a noi, risalgono circa al 3000 a.C.,
data in cui si registrano le prime documentazioni d’avvenimenti astronomici
eccezionali (ad esempio le eclissi).
I
primi tentativi di formulare teorie sull’origine e forma dell’Universo,
partendo dalle osservazioni, li abbiamo con i filosofi greci, ad incominciare da
Talete, il quale riportava il principio di tutte le cose all’acqua, a Tolomeo
che, con un sistema cosmologico elaborato su quello aristotelico, impose il suo
modello fino alla Rivoluzione Scientifica, in altre parole fino a quando
Copernico non cominciò ad andare contro queste teorie ormai superate ed
obsolete, espressione di una mentalità già da tempo in declino.
Aristotele
fu uno dei primi uomini a portare argomentazioni valide alla sfericità del
globo terrestre: osservò che alcune stelle, visibili da Alessandria d’Egitto,
non lo erano da altre città poste più a settentrione, che durante un’eclissi
lunare l’ombra della Terra, proiettata sul nostro satellite, si presentava
curva, confermando ulteriormente che la superficie terrestre non poteva essere
piatta ma sferica.
Per
citare un altro gran filosofo-matematico del periodo, Eratostene da Cirene,
costui riuscì a misurare la circonferenza terrestre con una precisione
nettamente superiore ai suoi colleghi umanisti.
Il
gran passo che venne compiuto secoli e secoli dopo fu decisivo e cambiò
radicalmente non soltanto le
conoscenze scientifiche del periodo
ma anche quelle riguardanti l’Uomo ed il posto che questo occupa nel mondo:
dopo la caduta del sistema tolemaico niente sarebbe stato più lo stesso.
Le
innovazioni del periodo rinascimentale si affermarono dalle esigenze sorte nel
Tardo Medioevo per le quali la Natura è considerata autonoma da ogni altra
forza diversa da se stessa ed autosufficiente , completamente slegata dai
finalismi che vedevano in Dio l’artefice supremo del tutto e termine cui tutto
tenderebbe.
Copernico
nel suo libro “Le rivoluzioni degli astri celesti”, vedendo che il vecchio
sistema, quello aristotelico-tolemaico che poneva la Terra e l’Uomo al centro
dell’Universo, dopo essere stato modificato più e più volte per arginare
alcune incalzanti critiche che gli furono mosse e per ovviare alle incongruenze
più evidenti e palesi, che ancora sosteneva come verità assolute, decise di
riproporre antiche filosofie, opportunamente rivedute e corrette, quali, ad
esempio, quelle di Pitagora e di Eraclide Pontico, che al posto del geocentrismo
proponevano l’eliocentrismo (sistema cosmologico che pone il Sole al centro
dell’Universo). Attraverso queste teorie Copernico si persuase della
possibilità effettiva di produrre una semplificazione del calcolo matematico
dei movimenti celesti.
Il
suo Universo perciò aveva il Sole al centro (ancora secondo la credenza
religiosa che lo vedeva come lanterna e fuoco di Dio), i pianeti tutt’intorno
(compresa la Terra), un confine ultimo, il cielo delle stelle fisse, la forma
sferica e cristallina delle orbite dei pianeti e il moto circolare dei corpi
celesti (reminiscenza dell’antico modello in cui il moto circolare
simboleggiava la perfezione, l’immutabilità e l’eternità).
Questo
sistema era già un’alternativa alquanto innovatrice rispetto al vecchio modo
di pensare ma ancora molto legato alla tradizione ed alle credenze di quel
tempo; purtroppo Copernico non trovò molti sostenitori anzi, al contrario, la
Chiesa e, soprattutto, gli aristotelici interposero numerosi ostacoli alla
divulgazione delle sue teorie e queste, per di più, vennero accettate solo come
ipotesi poiché ciò che non era conforme alle
Sacre Scritture non poteva essere asserito come verità.
Un
ulteriore passo fu compiuto da Tyge Brahe che, pur ipotizzando un sistema
cosmologico misto (geocentrico ma con tutti gli altri pianeti del sistema solare
gravitanti attorno al Sole) negò l’esistenza di sfere solide che dividessero
i cieli dei vari pianeti e sostituì al concetto fisico di orbe quello
matematico di orbita.
Keplero,
esaltando la bellezza, la perfezione e la divinità del cosmo, tradusse
l’Universo in caratteri matematici svelandone i rapporti, le proporzioni e
l’armonia geometrica; introdusse le orbite ellittiche, unica spiegazione
all’andamento apparentemente irregolare dei moti celesti, e formulò le tre
leggi che lo hanno reso famoso.
Queste
espongono con buona approssimazione il moto dei pianeti attorno al Sole ed i
rapporti reciproci tra questi moti; sono leggi empiriche che descrivono le
proprietà osservate senza darne alcun fondamento teorico:
-
Le
orbite dei pianeti sono ellittiche ed il sole occupa uno dei due fuochi.
-
L’ellisse
è una curva piana, chiusa, in cui si distinguono due fuochi posti
sull’asse maggiore in modo che la somma delle loro distanze da qualsiasi
punto della curva è costante ed è uguale alla lunghezza dell’asse
maggiore.
-
Tutte
le ellissi descritte dai vari pianeti hanno un fuoco in comune, occupato dal
Sole e, a parte Mercurio e Plutone, la forma di questa ellissi non si
discosta molto da una circonferenza.
-
Le
orbite non sono tutte sullo stesso piano anche se gli angoli tra i vari
piani non sono molto grandi; l’asse che passa tra i fuochi (che per le
orbite di tutti i pianeti sono relativamente vicini) è detto linea
degli apsidi e tocca le
varie orbite in due punti: quello più lontano dal Sole, l’afelio
e quello più vicino, il perielio
che rappresentano anche le zone di massima curvatura dell’orbita.
-
Le
aree descritte dal segmento congiungente ogni pianeta con il Sole sono
proporzionali al tempo impiegato a descriverle.
-
I
vettori che congiungono i pianeti con il centro del Sole percorrono in tempi
uguali aree uguali.
-
I
quadrati dei tempi impiegati a percorrere un’orbita completa (periodo)
sono proporzionali ai cubi dei semiassi maggiori dell’ellissi.
Quest’ultima legge viene detta “armonica” perché
armonizza tra loro le situazioni dei vari pianeti rispetto al Sole.
Le leggi di Keplero valgono anche per i satelliti
rispetto ai pianeti e per qualsiasi sistema di tipo solare ma il modello di
questo grande pensatore aveva ancora un punto oscuro: come si poteva spiegare il
moto dei pianeti? Una forza meccanica o uno spirito provocavano il loro
movimento?
Dopo
Keplero arrivò Galileo Galilei, personaggio che riassume, nell’ambito
dell’indagine della natura, la fase di passaggio da un’epoca alla successiva
e che, per questo, ne dovette pagare le conseguenze.
Costui,
il primo vero grande scienziato, arrivò a delineare una fenomenologia non più
dipendente da principi generali di perfezione o di moralità centrata su Dio e
sull’Uomo ma, al contrario, soggetta a leggi di causa-effetto
nelle quali la causa risiede nell’ambito della stessa fenomenologia.
Galileo
promuove l’autonomia della natura, la sua totale autosufficienza.
Questo
scienziato è considerato l’inventore del cannocchiale o, perlomeno, del suo
utilizzo in campo scientifico: mai prima di lui un uomo aveva osato violare
l’incorruttibilità ed i segreti del cielo, di sicuro sappiamo che fu lui a
perfezionarlo ed a modificarlo nel
telescopio.
Fino
allora i pianeti, la Luna, il Sole erano considerati corpi “perfetti”, pura
luce, grazie al telescopio invece si vedevano i monti lunari, le stelle che
costituiscono la Via Lattea , la misteriosa struttura di Saturno che cambiava da
una notte all’altra (passò quasi mezzo secolo prima che si svelasse il
segreto degli anelli), apparvero i satelliti intorno a Giove e divennero
addirittura visibili le macchie sulla superficie del Sole. Non era cambiato il
cielo, ma l’approccio dello studioso che lo osservava; Galileo, dopo essersi
occupato dei più svariati argomenti, arrivò alla conclusione che le idee di
Copernico erano fondamentalmente giuste: la Terra non è che un pianeta che
gravita attorno al Sole, l’Universo, svelato in tutta la sua immensità dal
telescopio, poteva addirittura ospitare altri mondi!
Nelle
vecchie università europee gli studiosi fedeli a Tolomeo tremarono
letteralmente: l’intera scienza in cui credevano era stata messa in crisi ed
aveva subito un pesante attacco.
Ad
un Cosmo statico ed eterno, con le stelle fissate alle sfere che ruotavano
intorno alla Terra, si sostituiva quest’Universo senza limiti, dove l’uomo
poteva anche non essere solo; la comunità scientifica, sconvolta, rifiutò il
nuovo “sistema” e ricorse al braccio potente e minaccioso
dell’Inquisizione e, nonostante l’amicizia del Papa Urbano VIII, Galileo fu
condannato, ormai vecchio, a rinnegare le proprie idee.
Nel
1687, anno della morte di Galileo, un altro grande scienziato, Isaac Newton,
come successore di quel grande
genio, arrivò a formulare la legge di gravitazione universale.
Non contento degli “spiriti” di Keplero che muoverebbero i
pianeti, arrivò a dimostrare l’esistenza di una forza di attrazione reciproca
che lega tra loro due corpi, direttamente dipendente dalle loro masse ed in modo
più complesso dalla loro distanza.
Nel
suo libro “Philosophiae naturali principia matematica” fornì, attraverso la
legge che aveva teorizzato, la spiegazione dei fenomeni già definiti da Keplero
nelle sue tre leggi come il moto dei pianeti, la processione degli equinozi, le
irregolarità del moto lunare e delle maree ecc.
·
Due corpi
di massa m e m’ a distanza
r,
si attraggono con una forza f direttamente
proporzionale al prodotto delle masse ed inversamente proporzionale al quadrato
della distanza.
Quindi le leggi di Keplero con opportune correzioni,
vanno considerate come conseguenze della legge di gravitazione universale.
F = k ( m * m’ ) / r2
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