Gli ioni cloruro presenti in un acqua possono essere di origine sia minerale che organica.

I sali dello ione cloruro sono molto diffusi in natura e sono anche molto solubili in acqua per cui praticamente tutte le acque contengono ci" in concentrazioni più o meno elevate.

Gli organismi animali contengono una discreta percentuale di ione cloruro (~ 0,5 % di Na CI rispetto al peso corporeo) per cui questo può anche provenire dalla loro de­composizione o dai prodotti di rifiuto (1' uomo ne espelle nelle urine 5-10 g al giorno).

Mentre la presenza di cloruri di origine minerale non preoccupa, la presenza di clo­ruri di origine organica può essere indice di inquinamento. Siccome nessun procedi­mento analitico ci permette di distinguere gli ioni cloruro di origine minerale da quelli di origine organica, è conveniente fare alcune considerazioni di carattere più generale:

se in un' acqua, assieme ad elevati tenori di sostanze organiche o di ammoniaca e ni­triti è presente una sensibile quantità di ioni cloruro, è fondato ritenere che questi siano di origine animale; se invece essi non sono accompagnati dalle predette sostanze è più logico ritenere che provengano dalla dissoluzione di sali minerali. Quanto riportato si può esprimere numericamente dicendo che se in un' acqua il rapporto Cl- / C.O.D9 è minore di 1, il doro si può ritenere di origine organica, se maggiore di origine minera­le.

Un' altra fonte di ioni cloruro possono essere i processi di clorazione perché, come si visto sopra, insieme ali' acido ipocloroso si formano anche ioni H+ e Cl- (cioè acido cloridrico) ed inoltre 1' acido ipocloroso, mentre si decompone liberando ossigeno, libera anche ioni cloruro.

Per le acque potabili il valore guida è di 25 mg/1 con 1' osservazione «concentra-zione che è opportuno non superare: 200 mg/1». Tenori eccessivi di cloruro possono provocare modificazione dei caratteri organolettici, fenomeni corrosivi (legati alla maggior conducibilità elettrica dell' acqua); inoltre aumenti anomali di concentrazione possono essere collegati, come visto sopra, ad inquinamenti di natura organica.

Determinazione.

Principio.

Il campione in esame viene titolato con una soluzione di nitrato mercurico, Hg(N03)2, in ambiente reso notevolmente acido (pH =1,5-2) per aggiunta di alcune gocce di soluzione di acido nitrico, HNOg . Il punto finale è segnalato dal viraggio dell' indicatore ( difenilcarbazone + blu di bromofenolo in soluzione alcolica) da giallo a violetto.

Il nitrato mercurico, in acqua, è completamente dissociato secondo la reazione:

1) Hg(NO3)2 ——> Hg2+  + 2 N03 -

La reazione di titolazione è:

2) Hg2+  + 2 CI-  <>  HgCl2 (solido)

II cloruro mercurico è un sale molto poco solubile per cui 1' equilibrio 2) si può ri­tenere completamente spostato verso destra.

La soluzione indicatrice contiene due sostanze, il blu di bromofenolo ed il difenil­carbazone, con due ruoli differenti.

H blu di bromofenolo è un indicatore acido-base: l'operatore deve aggiungere acido nitrico fino a pervenire a pH compreso tra 1,5 e 2 ; quando il blu di bromofenolo impartisce alla soluzione colorazione gialla, significa che sono state raggiunte le con­dizioni di pH desiderate (bisogna titolare a pH compresi tra 1,5 e 2 perché il viraggio del difenilcarbazone avviene in anticipo a pH < 1,5 ed in ritardo a pH> 2).

Il difenilcarbazone è l'indicatore che segnala il punto finale della titolazione. Questo composto è in grado di combinarsi con gli ioni mercurici originando una colorazio­ne violetta molto intensa. Il primo eccesso di Hg2+ determina dunque il viraggio da giallo a violetto.

Procedimento.

Ad alcuni mi del campione da analizzare si aggiungono alcune gocce di indicatore. Se non si ha colorazione gialla occorre aggiungere acido nitrico, goccia a goccia, fino a viraggio al giallo. Si inizia quindi a titolare fino a viraggio da giallo a viola.

Calcoli.

Si legge sulla siringa titolatrice il valore del volume di soluzione titolante consu­mato nel corso dell' operazione: questo valore moltipllcato per 10 ci fornisce la con-centrazione dello ione cloruro espressa convenzionalmente in ppm di carbonato di cal­cio, cioè in mg/ di carbonato di calcio. Per ottenere la concentrazione in mg/1 di Cl-  è necessario moltiplicare ancora per 0,71.

Per giustificare questa ultima relazione occorre stabilire quale corrispondenza ste­chiometrica esiste tra Cl-  e CaCO3, e questa si può individuare passando attraverso la formula del cloruro di calcio, CaCl2, nel seguente modo:

nel cloruro di calcio gli ioni calcio e gli ioni cloruro sono combinati nel rapporto di 1 mol a 2 mol; poiché il peso atomico del calcio è pari a 40 e quello del doro è pari a 35,5 possiamo dire che 40 grammi di Ca2+ sono stechiometricamente corrispondenti a 71 g di Cl-; ricordando i calcoli relativi alla durezza, possiamo dire che a 40 g di calcio corrispondono stechiometricamente 100 g di carbonato di calcio e quindi possiamo dedurre che a 100 g di carbonato di calcio sono stechiometricamente corrispondenti 71 g di cloruro.